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a cura di Silvia Calamati

Un giorno della mia vita, Bobby Sands



Bobby Sands, UN GIORNO DELLA MIA VITA
Introduzione di Sean MacBride A cura di Silvia Calamati*, Milano, Feltrinelli, 1996.

«Sono un prigioniero politico perché sono l'effetto di una guerra perenne che il popolo irlandese oppresso combatte contro un regime straniero, schiacciante, non voluto, che rifiuta di andarsene dalla nostra terra». Queste parole sono tratte da Un giorno della mia vita, di Bobby Sands, uno dei dieci detenuti repubblicani irlandesi che nel 1981 si lasciarono morire di fame nel carcere di Long Kesh, a pochi chilometri da Belfast, per ottenere il riconoscimento dello status di prigionieri politici. Uno stillicidio di vite voluto con freddo e cinico calcolo dal governo britannico dell'allora primo ministro Margaret Thatcher, nel tentativo di minare la lotta repubblicana all'interno e all'esterno del carcere.

Il libro, introdotto dalla prefazione di Sean MacBride, Premio Nobel per la Pace, raccoglie gran parte dei messaggi che Sands scrisse su pezzetti di carta igienica, fatti uscire clandestinamente dalla prigione. Era il periodo in cui, alla fine degli anni Settanta, assieme ad altri trecento prigionieri, stava conducendo la blanket protest : una protesta che consisteva nel rifiutarsi di indossare l'uniforme del carcere, che avrebbe equiparato a criminali comuni coloro che invece si ritenevano prigionieri politici, combattenti per la libertà del proprio paese. Per questa ragione Sands e i suoi compagni scelsero di vivere per anni nudi, con solo delle coperte per coprirsi, in celle senza vetri e con i pavimenti ed i muri coperti di escrementi, spazzatura e rifiuti, che i secondini si rifiutavano di rimuovere. Anni di quotidiani e brutali pestaggi, brutalità e violenze, perpetrate su quelle che Sands definisce «carni martoriate».

Un giorno della mia vita è una testimonianza sconvolgente, lucida e terribile di una giornata tipo nei Blocchi H. Racconta i pestaggi a sangue, le perquisizioni anali imposte con la forza, il freddo intenso sofferto dai detenuti, costretti a camminare per la cella fino ad d essere esausti. E poi l'infinita solitudine, i vermi gettati dai secondini nei pasti dei prigionieri, le nuvole nere di mosche sui mucchi di spazzatura e sugli escrementi, la gioia di riuscire a portare di nascosto in cella, dopo la visita e nonostante le dure perquisizioni, una breve lettera dei familiari. Ma soprattutto esprime, in tutta la loro intensità, il coraggio e la determinazione di chi sapeva che non ci sarebbe stata alcuna tortura in grado di «annientare la resistenza di un prigioniero politico repubblicano che non vuole cedere».

La seconda parte del libro ripropone in versione integrale il Diario che Sands scrisse per 17 giorni a partire dal 1° marzo 1981, il giorno in cui iniziò lo sciopero della fame che l'avrebbe portato alla morte 66 giorni dopo, il 5 maggio 1981. Un testamento politico che lo affianca alle figure più alte della storia tragica e secolare del Movimento Repubblicano irlandese: «Credo di essere soltanto uno dei molti sventurati irlandesi usciti da una generazione insorta per un insopprimibile desiderio di libertà». Una confessione intima e sofferta, con cui egli disegna una mappa di valori irrinunciabili, un codice morale che va oltre il mero esercizio del coraggio: «Nella mia mente tormentata c'è al primo posto il pensiero che l'Irlanda non conoscerà mai pace fino a quando la presenza straniera ed oppressiva della Gran Bretagna non sarà schiacciata, permettendo a tutto il popolo irlandese di controllare, unito, i propri affari e di determinare il proprio destino come un popolo sovrano».

Una «presenza oppressiva» che viene dettagliatamente documentata nella lunga cronologia presentata in appendice alla fine del libro: «1971/1981: dall'internamento agli scioperi della fame», curata da Silvia Calamati, giornalista collaboratrice di RAI NEWS 24 e autrice di Irlanda del Nord. Una Colonia in Europa (2005). E' una finestra aperta su dieci anni di storia irlandese. Da essa tragicamente traspare che la morte di Sands e dei suoi nove compagni non furono altro che la punta di un iceberg, rappresentato dalla «macchina di repressione e di tortura» messa in atto nelle Sei Contee nord-irlandesi dal governo inglese fin dall'invio delle sue truppe in Irlanda del Nord nel 1969. Come denunciato da Amnesty International, a farne le spese furono in quegli anni (ed ancora oggi) centinaia e centinaia di civili finiti in carcere senza processo, dopo essere passati nelle mani di vere e proprie squadre di torturatori, alla stregua di quelli presentati nel film In nome del padre del regista Jim Sheridan.

Il libro di Sands, prezioso documento sulla storia nord-irlandese degli ultimi anni, è quindi un utile strumento per comprendere le ragioni per cui, nonostante la firma dell’Accordo del «Venerdì Santo» dell’aprile 1998, l'Irlanda del Nord rappresenti ancor oggi una ferita aperta nel cuore dell'Europa.

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