La Riforma La riforma protestane,
infine, assestò un duro colpo all’arte ed alla cultura dell’isola che
gravitavano, come già detto, attorno ai centri monastici. Con la
chiusura dei monasteri ad opera di Enrico VIII, infatti, e con l’arrivo
dei nuovi coloni di religione protestante, i quali rifiutarono di
mischiarsi con i nativi irlandesi, nuovi modelli artistici e culturali
cambiarono in breve tempo il volto di Dublino. La vita culturale si
spostò dai monasteri e dalle corti dei nobili gaeli, verso la città.
Caddero così in disgrazia i poeti, antichi custodi della
tradizione, i quali accompagnati da musica per arpa avevano per secoli
tramandato oralmente il patrimonio gaelico. In un contesto tanto
sfavorevole, ai massimi esponenti della cultura irlandese, non restò altra
scelta che migrare verso la Francia cattolica.
Tra questi Geoffrey
Keating, autore della Storia d'Irlanda, il quale svolse
con la sua opera un ruolo di salvaguardia e di valorizzazione degli
antichi testi gaelici. Scoraggiata dalle autorità perché considerata
potenziale veicolo di idee rivoluzionarie, la poesia gaelica mostrò ancora
nel Settecento i suoi ultimi bagliori. Il
secolo aureo Nell’ottavo secolo la società
anglo-irlandese raggiunge il suo massimo splendore dando l’avvio alla
grande letteratura irlandese in lingua inglese: tra gli intellettuali e
gli artisti più significativi Jonathan Swift , con I Viaggi di Gulliver
(1726) e Modesta proposta (1729), e San Patrizio col suo «Decano Pazzo».
Quest’ultima è un'elegante satira che prende a bersaglio
l'estremismo religioso, la corruzione politica e l'ingiustizia sociale.
Molti tra gli scrittori di opere teatrali irlandesi del XVIII secolo
scelsero la satira come veicolo espressivo. Tra questi ricordiamo Williarn
Congreve (1670-1729), maestro della commedia della Restaurazione, Oliver
Goldsmith (1728-1774) e Richard Brinsley Sheridan (1751-1816).
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