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Addio a Rosaleen, la mamma di Bobby Sands

Muore la madre di Bobby Sands, considerata mamma dell’IRA e dell’Hunger strike. A dare l’ultimo tributo a Rosaleen Sands ci ha pensato il presidente uscente dello Sinn Féin Gerry Adams: “Era una donna forte e ispiratrice che, come tutte le famiglie degli scioperanti della fame, portava un dolore immenso, ma si fermava accanto a suo figlio Bobby durante i periodi più bui”.

“La dignità e la forza che ha mostrato sono state una testimonianza della sua persona e della sua convinzione di difendere ciò che era giusto, anche se ciò significava grande sofferenza per se stessa, il padre di Bobby, John, e la loro famiglia. Sotto molti aspetti, Rosaleen Sands ha incarnato il dolore che hanno dovuto sopportare tutte le madri degli scioperanti della fame e il suo sacrificio non sarà mai dimenticato”, ha continuato l’ex leader.

L’allodola d’Irlanda, il nome con il quale era conosciuto Bobby, è stata ispiratrice per tanti combattenti. Sands era un uomo dell’IRA che guidò lo sciopero della fame nella prigione di Long Kesh negli anni ’80. Aveva sempre ricevuto il supporto di sua madre, Rosaleen Sands. Il padre John è deceduto quattro anni fa. 

Il ventisettenne morì nel maggio del 1981 dopo 66 giorni senza cibo. Durante la sua permanenza in prigione, il ‘ribelle’ fu eletto deputato per Fermanagh e South Tyrone. L’arresto del giovane avviene nell’ottobre del 1972: l’imputazione, racconterà la biografia di Sands, è di possesso di arma da fuoco. Viene condannato e per tre anni è costretto a stare nelle cages di Long Kesh, dove gli viene riconosciuto lo status di prigioniero politico. Tornato in libertà nel 1976, Bobby torna a militare nell’IRA. Non passarono neanche 6 mesi e viene di nuovo arrestato.
 

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Gianni Sartori intervista Ronan Bennett

Vi proponiamo il testo dell’intervista di Gianni Sartori a Ronan Bennett (1994), autore de “La seconda prigione”, pubblicato in Italia da Gamberetti editrice.

La denuncia del caso di Gerry Conlon e dei «quattro di Guildford» di Ronan Bennett che in carcere conobbe, prima dello sciopero della fame del 1981, uno dei protagonisti dell’Hunger Strike, Patsy O’Hara (INLA).

Ronan BennettRonan Bennett (Belfast, 14 gennaio 1956) è uno scrittore e ex militante dell’IRA. Nato e cresciuto a Belfast, dopo aver vissuto una sofferta esperienza di militanza politica (accusato di appartenenza all’Official IRA) ed essersi laureato in Storia presso il King’s College, di Londra, ha intrapreso una carriera di scrittore che non si è mai allontanata dall’impegno civile e dall’esigenza di testimoniare la difficile realtà sociale e politica del suo o di altri Paesi. Ronan Bennett scrive regolarmente per The Guardian e The Observer.

 

LA VERA SFIDA

“Uscire dal carcere non è che l’inizio. Evadere dal proprio passato, questa è la vera sfida”
Ronan Bennett, irlandese di Belfast, a causa del suo impegno per la causa repubblicana, ha conosciuto due volte l’esperienza del carcere: a Long-Kesh e a Brixton, negli anni Settanta. Una prima volta venne arrestato con l’accusa, poi risultata infondata, di aver ucciso un poliziotto. Venne condannato all’ergastolo in base alla testimonianza di una persona che in un secondo tempo (al processo d’appello) riconobbe di essersi confusa. Un classico esempio di errore di identificazione usato strumentalmente per imprigionare i militanti repubblicani. In seguito, trasferitosi in Gran Bretagna, venne nuovamente arrestato per cospirazione e subì un lungo periodo di carcerazione preventiva. Anche in questo caso le accuse risultarono una montatura e il suo processo acquistò una certa notorietà sulla stampa come “il processo a persone non identificate che, in luoghi non identificati, progettavano attentati contro altre persone non identificate”.

 

Qualche tua considerazione sulle recenti dichiarazioni del governo inglese che, finalmente, ha detto di essere disposto a dialogare con il Sinn Féin. Cosa ne pensi?
Le dichiarazioni rese da Major verso la metà di ottobre sono la conferma che senza il Sinn Féin non è possibile trovare una soluzione al problema dell’Irlanda del Nord. Negli ultimi anni il Governo inglese aveva sempre cercato una soluzione che escludesse il partito.

Puoi riassumere quali sono state le diverse strategie adottate dalla Gran Bretagna?
Per la prima parte di questo conflitto (Ronan si riferisce agli ultimi venticinque anni, ndr) la Gran Bretagna ha adottato una politica di sistematica repressione: processi senza giuria, internamento, uso dei proiettili di plastica anche contro manifestazioni pacifiche, la strategia adottata dai Servizi britannici di “sparare per uccidere”, ecc. Nella seconda fase del conflitto, accanto a questi metodi, hanno adottato anche una strategia diversa, di “soluzione politica”, ma sempre con l’esclusione del partito repubblicano. I vari segretari di stato per l’Irlanda del Nord hanno imbastito tavole rotonde con i partiti irlandesi, tavole rotonde a cui però il Sinn Féin non poteva partecipare. Questi colloqui venivano sempre salutati con ottimismo dalla propaganda. Ogni volta i media davano l’impressione che ormai la soluzione definitiva era a portata di mano.

Questa era anche la tua impressione?
Personalmente ogni volta ero del parere che tutto si sarebbe concluso con un niente di fatto. Cosa che poi accadeva regolarmente.

I conati di vomito di Major
Quando e perché le cose hanno cominciato a cambiare?
Le cose sono rimaste sostanzialmente inalterate fino a poco tempo fa. Ancora l’anno scorso Major sosteneva che non avrebbe mai parlato con esponenti del Sinn Fein; anzi dichiarò che “solo l’idea di parlare con Gerry Adams mi fa venire il voltastomaco”. Ad uso e consumo del suo elettorato, evidentemente. Quello che al popolo inglese non veniva detto era che già in quel momento tra il Governo britannico e il Sinn Féin si svolgevano colloqui segreti. Proprio mentre Major rilasciava queste interessanti dichiarazioni sul suo stomaco, Gerry Adams rendeva pubblici i documenti che provavano l’esistenza dei colloqui. In un primo momento, superato l’iniziale imbarazzo, il Governo inglese cercò di negare l’evidenza. Poi ammise che c’erano stati dei “contatti”.

Come giustificarono la cosa?
Uno dei motivi addotti per giustificare questi “contatti” era che ormai l’IRA sarebbe stata sul punto di arrendersi, di consegnare le armi. A questo punto l’IRA sfidò pubblicamente, ma invano, il Governo inglese a fornire le prove, i documenti di quanto andava sostenendo. In compenso furono i Repubblicani a contrattaccare dichiarando che i rappresentanti del Governo avevano riconosciuto in sede di colloqui che l’unità dell’Isola era ormai un fatto inevitabile e che bisognava convincere gli unionisti.
Naturalmente il Governo negò e il Sinn Féin rese pubblici altri documenti inoppugnabili a sostegno di quanto aveva dichiarato. Per questo ancora in marzo Martin Mc Guinness ha potuto dichiarare alla stampa che in quel momento la politica del Governo inglese era di considerare l’Irlanda come unica.

L’IRA non si è arresa

Quanto stai dicendo mi sembra smentisca l’ipotesi che la scelta della tregua in fondo è stato un atto di debolezza dell’IRA, il riconoscimento di una mezza sconfitta…
In effetti si è cercato anche di dare questa interpretazione. Io penso invece che le cose siano andate esattamente nel modo opposto, che la Gran Bretagna abbia capito di non poter sostenere ulteriormente l’occupazione militare delle sei contee, di non poter sconfiggere l’IRA. Per tutti questi anni il Governo inglese e i comandanti dell’esercito hanno dichiarato ripetutamente di essere sul punto di stroncare l’IRA, che ogni azione dell’esercito repubblicano era “l’ultimo colpo di coda” (più o meno quanto si dice dei baschi dell’ETA, ndr). Ma da documenti riservati giunti in nostro possesso, risulta che anche allora l’IRA era considerata praticamente invincibile sul piano militare. Questa è una delle ragioni per cui il Governo inglese ha dovuto riconoscere che la sua posizione era ormai insostenibile.

Naturalmente non è l’unica…
Un’altra ragione determinante sta nell’evidenza dell’appoggio popolare di cui godono i Repubblicani. All’inizio quelli dell’IRA e del partito venivano descritti dalla propaganda come assassini sanguinari, mezzi psicopatici, gente che uccide per una sorta di odio ancestrale. In seguito vennero dipinti come una gang di delinquenti comuni. Certo che come banda criminale devono aver avuto poco successo dato che nessuno dei leader repubblicani ha mai sfoggiato ricchezza e benessere; anzi molti di loro vivono in condizioni di indigenza… In entrambe le versioni i Repubblicani erano presentati come una minoranza che poteva sopravvivere solo terrorizzando la propria comunità.
In ogni conflitto la propaganda detiene naturalmente un ruolo importante. Ma è molto pericoloso finire con il credere alla propria propaganda, come hanno fatto gli Inglesi.

 

Centomila persone al funerale di Bobby Sands

Che cosa li ha costretti a ricredersi?
Molte cose. Per esempio il fatto che Sands venisse eletto al Parlamento e che un cittadino cattolico su cinque dell’Irlanda del Nord abbia partecipato ai suoi funerali. In seguito la doppia elezione di Gerry Adams e le dozzine e dozzine di consiglieri comunali eletti nelle liste del partito. Ci volle un po’ di tempo ma alla fine il governo britannico fu costretto a convincersi che i Repubblicani godevano di un notevole appoggio; che non era possibile trattare senza tener conto di questa fetta dell’elettorato. Questo riconoscimento è alla base del cambiamento di rotta del Governo inglese.

Immagino che anche la questione economica abbia avuto un certo peso…
Certamente. Quando ci sono di mezzo i soldi anche gli Inglesi cambiano politica. Mantenere l’apparato di sicurezza ormai costa cifre altissime. Inoltre ricordiamoci che nel Nord il Governo ha foraggiato con miliardi di sterline una economia fallimentare, un vero e proprio “pozzo di San Patrizio”…
Naturalmente questo è avvenuto per ragioni politiche, non certo perché Londra avesse a cuore i bisogni della gente. Il Governo cercava così di comprare la lealtà della popolazione, in particolare degli unionisti. Anche per questo nel nordirlanda il thatcherismo non ha mai attecchito. I finanziamenti dovevano anche garantire una certa moderazione in politica. Si può tranquillamente affermare che per un quarto di secolo la gente si è presa i soldi restituendo in cambio poca lealtà e non votando più di tanto i partiti moderati. Venticinque anni di questa politica si sono rivelati fallimentari. Sarà poi compito degli storici stabilire con precisione quando e come il Governo britannico ha deciso di cambiare politica; resta il fatto incontestabile che ha cambiato atteggiamento sul ruolo del partito repubblicano.

Quanto ha influito sulle trattative la decisione dell’IRA di estendere il conflitto alla Gran Bretagna, attaccando in modo molto pesante (tra gli altri obiettivi) anche la City?
Sicuramente la campagna militare in Gran Bretagna è stata molto efficace, in particolare le due bombe alla City. Ricordo che, dopo la seconda bomba, alla televisione c’erano state dichiarazioni molto allarmate di finanzieri tedeschi e giapponesi che prendevano seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferire altrove le loro banche. Evidentemente il Governo inglese ha preferito non correre questo rischio.

Allora è tutto risolto; d’ora in poi la strada è in discesa…
In realtà ci sono ancora delle resistenze da parte inglese. Bisogna dire che, nonostante i passi avanti, il Governo britannico ha dato prova di poca fantasia e elasticità nel rispondere al “cessate il fuoco” dell’IRA. Evidentemente è stato colto alla sprovvista e non sapeva cosa rispondere.
La prima cosa che ha fatto è stata quella di infilarsi in un vicolo cieco, mettendosi a discutere se l’IRA avesse o meno usato la parola “permanente” (in riferimento alla tregua ovviamente, ndr). Major ha ripetutamente dichiarato che non ci sarebbero stati colloqui con Adams se non avesse esplicitamente pronunciato la parola “permanente” e finché l’IRA non avesse consegnato le armi. In un secondo tempo si sarebbero accontentati almeno dell’esplosivo. Questa era ancora la posizione ufficiale dopo la prima metà di ottobre (il “cessate il fuoco” dell’IRA risale al 31 agosto, ndr). L’IRA, come è noto, non ha consegnato un bel niente e alla fine Major ha ugualmente riconosciuto che era tempo di iniziare i colloqui anche con i repubblicani.
A tuo avviso, in questo tergiversare, c’è stata solo incapacità politica o anche malafede?
Io penso che da parte del Governo inglese ci sia stata anche una certa dose di disonestà rispetto al processo di pace. Ora evidentemente sta cercando di recuperare terreno, di mascherare l’imbarazzo per non aver saputo trovare subito una soluzione adeguata. Quindi, se ti capiterà di leggere le dichiarazioni di qualche ministro sulla presunta vittoria del Governo inglese, sai cosa pensare in proposito.

 

Il tradimento dei chierici

Questa evidentemente è la posizione del Sinn Féin. E la tua opinione come scrittore? Cosa pensi dell’atteggiamento tenuto dagli intellettuali irlandesi rispetto al conflitto?
Ho parlato come scrittore, non solo come membro del partito; come scrittore la cui vita è stata fortemente segnata da quello che accadeva in Irlanda del Nord. I miei libri, articoli, le mie sceneggiature sono stati fortemente influenzati dal conflitto e dal carcere. Non credo che il conflitto sia stato ben compreso dalla maggioranza degli intellettuali nordirlandesi. C’è naturalmente qualche eccezione ma la stragrande maggioranza ha cercato di evitare ogni coinvolgimento politico. Nel mio caso, invece, l’impegno politico (e le sue conseguenze: il carcere soprattutto) è stato determinante, cruciale. Adesso questo atteggiamento, che finora era stato fatto proprio solo da una minoranza intellettuale, viene riscoperto e rivalutato proprio grazie al processo di pace. Soprattutto da coloro che hanno avuto esperienze analoghe. È come se questi primi mesi del processo di pace abbiano dato coraggio alla comunità, e cominciare a credere che vi siano possibilità concrete di una pace giusta ha ridato fiducia anche a molti artisti.

Molti scrittori nordirlandesi sono di origine cattolica e provengono dai quartieri proletari di Belfast o Derry. Cosa è cambiato nel loro modo di scrivere?
Finora, per la maggior parte degli scrittori irlandesi di origine operaia, valeva l’esigenza di doversi in qualche modo “imporre”, anche all’interno della propria comunità. Ora mi sembra che questa idea stia scomparendo. Insieme all’idea che, per poter essere pubblicati, bisogna mettere in luce gli aspetti peggiori della vita (la violenza, il degrado…). Naturalmente questo non significa passare ad una visione idilliaca della situazione. Molti lavori scritti in questi ultimi tempi sono carichi di tensione, come a mio avviso dovrebbe essere tutta la buona letteratura.

 

Dalla parte degli oppressi

E della tua produzione letteraria cosa puoi dirci? Come viene accolta dalla critica?
Soprattutto dopo l’esperienza del carcere, nei miei lavori non mi pongo dal punto di vista delle persone di successo, dei “rampanti”, “borghesi”, ma da quello della gente semplice, sfruttata e oppressa (come gli abitanti di West Belfast), gente con problemi quotidiani, piena di dubbi… Un critico sostiene che io scrivo della vita “a un livello basso”; l’ho preso come un complimento. Inoltre, nei miei libri, cerco di privilegiare gli aspetti collettivi, solidali (delle lotte ma anche della vita quotidiana) rispetto all’individualismo. Sicuramente questo è dovuto alla mia esperienza nel campo di Long-Kesh. Ricordo bene quando vi giunsi, vent’anni fa, dopo il mio primo arresto. Un prigioniero al suo primo arresto è una delle persone più vulnerabili che esistano sulla terra: improvvisamente gli è stato tolto l’intero controllo sulla propria vita. Quella prima volta per me è stata molto dolorosa… E i primi giorni di isolamento hanno aggiunto paura alla paura. Le cose però sono cambiate quando sono stato trasferito con gli altri compagni prigionieri. Questi erano già riusciti a raggiungere un livello tale di autorganizzazione da aver praticamente escluso l’autorità carceraria dalle celle. Restando uniti, solidarizzando tra loro, difendendosi insieme dalle aggressioni delle guardie, i prigionieri politici erano riusciti a ricreare un ambiente più favorevole anche dentro il campo di prigionia. Era la messa in pratica del vero concetto di solidarietà: io difendo te, tu difendi me. E dentro Long-Kesh la solidarietà tra i prigionieri era tutto fuorché un vuoto slogan. Eravamo in costante protesta e rivolta contro le autorità carcerarie e questo ci permise di sopravvivere conservando la nostra identità.

 

La rivolta di Long-Kesh

Tu hai anche preso parte a una delle maggiori rivolte carcerarie degli anni Settanta, conclusasi con la quasi distruzione del campo di Long-Kesh…
Fu una delle esperienze più drammatiche ma anche più importanti. Un secondino era entrato in una cella e aveva cominciato a pestare un prigioniero. Come reazione a quel pestaggio l’intero campo venne bruciato, nel corso di una rivolta.
Naturalmente la reazione fu molto dura, feroce: venimmo attaccati con i lacrimogeni e con proiettili di plastica, ci aizzarono contro i cani… Dopo l’incendio del carcere (nell’ottobre del ’74) rimanemmo per settimane in celle scoperte (senza il tetto ma con il filo spinato, ndr), con la neve, praticamente senza cibo e senza coperte… Però posso affermare con sicurezza che nessuno di noi pensò mai di aver fatto la cosa sbagliata. Se non avessimo reagito a quel pestaggio poi ne sarebbero venuti altri; sarebbe potuto capitare a chiunque. Questa è l’etica della solidarietà collettiva che ho ricavato dalla mia esperienza e che cerco di riprodurre nei miei libri.

Qualche critico l’ha definita una visione del mondo e dei rapporti sociali “fascista”…
E la cosa mi ha fatto incazzare parecchio. Si può dire che scrivo male ma non accetto di essere definito “fascista”. Credo che con questa definizione si sia volontariamente frainteso quello che scrivo, considerandolo una minaccia per l’individuo. È esattamente il contrario: cerco di esprimere la ricerca di una situazione in cui ciascuno possa vivere meglio. Questo naturalmente a volte comporta dei sacrifici. Tornando al carcere, il sacrificio maggiore è stato sicuramente quello pagato dai dieci militanti dell’IRA e dell’INLA dell’81, morti in sciopero della fame per conservare l’autonomia che i prigionieri repubblicani avevano conquistato con le loro lotte. Credo che solo pensare di definire “fascista” questo modo di difendersi dall’oppressione (caratteristico del proletariato irlandese) sia aberrante.

Patsy O’Hara

Tra l’altro tu hai avuto modo di conoscere bene uno dei dieci Hunger Striker, Patsy O’Hara dell’INLA di Derry, con cui hai condiviso per un anno la cella…

Ho conosciuto Patsy quando è entrato per la prima volta a Long-Kesh, nel ’75. Era stato arrestato assieme ad un altro compagno (mi pare si chiamasse Brian…) per dei proiettili rinvenuti nella loro auto. Quando uno arrivava in carcere, per prima cosa gli si chiedeva che cosa avesse detto alla polizia. Non avevano dato altro che il loro nome. Questo, dati i metodi usati abitualmente dalle forze di repressione (percosse, tortura…), era abbastanza raro e venne considerato un segno di forza, di determinazione. Questa impressione venne poi confermata dal comportamento tenuto in carcere da Patsy e dall’altro compagno. Patsy in particolare era un leader nato, anche se non in modo ostentato; era sempre molto calmo, non alzava mai la voce…

La cella N.14

Nonostante fosse molto giovane, si capiva che era molto preparato politicamente. Siamo stati nella stessa cella, la N.14, per circa un anno e abbiamo parlato a lungo di come ognuno di noi fosse arrivato alle sue convinzioni politiche. Sostanzialmente avevamo gli stessi punti di riferimento: “Bloody Sunday” (la “Domenica di sangue”; Derry, 30 gennaio 1972), l’internamento, l’incendio di Long-Kesh… Io sono uscito di prigione prima. In seguito Patsy e Brian vennero assolti (sembra che le pallottole fossero state messe nell’auto a loro insaputa, ndr).
Poi Patsy è stato arrestato di nuovo e non ci siamo più rivisti. Quando ho saputo che aveva iniziato lo sciopero della fame, ho subito pensato che sarebbe andato fino in fondo.

Un’ultima considerazione sul rapporto tra la tua esperienza del carcere e i libri che scrivi…
Mi rendo conto che dalle mie parole questa esperienza del carcere può apparire quanto mai tetra… In realtà con i compagni prigionieri c’erano anche momenti di estrema gioia… Contemporaneamente c’erano anche esperienze negative: rivalità personali e politiche, esasperate dalla detenzione… Nei miei libri cerco di ricreare tutto questo, esprimere sia l’impegno che il divertimento. Altrimenti sarebbe solo propaganda.

 

L’incognita loyalista

Quali sono le tue previsioni a lungo termine? Potrà durare stabilmente questo stato di non-belligeranza? Cosa faranno i loyalisti?
A mio avviso il Governo inglese dovrà riconoscere che la sua presenza in Irlanda del Nord è stata un disastro e che il Popolo Irlandese deve poter decidere del suo futuro. Inoltre i protestanti, che sono parte integrante del Popolo Irlandese, dovranno scegliere se intendono restare legati alla Gran Bretagna o piuttosto vivere in una Irlanda unita, portando la loro esperienza, la loro cultura e conservando la propria identità. La prima ipotesi sarebbe un disastro anche per loro. In tutto sono un milione di persone che vivono confinati in un angolino dell’isola. Penso che lo capiscano anche loro e che sceglieranno l’altra possibilità. Personalmente sono molto ottimista sull’eventualità che cattolici e protestanti riescano a trovare un terreno comune. Non dimentichiamo che attualmente la leadership politica protestante è molto screditata. In particolare gode di scarsa considerazione da parte della sua maggiore base elettorale, la classe operaia protestante. I proletari di Shankill Road e delle altre aree unioniste chiamano i dirigenti politici unionisti “la brigata pellicce e gioielli”, dato che si sono serviti della politica per arricchirsi. Lentamente si sta formando una classe politica alternativa che sembra possedere una buona dose di coscienza di classe. Credo che troverà una risposta adeguata nella classe operaia cattolica. Le condizioni materiali di vita sono analoghe: disoccupazione, case fatiscenti… Credo che finiranno per unirsi nella ricerca di soluzioni comuni.

 

Divide et impera

Tra l’altro mi sembra che anche in passato ci siano state lotte comuni: scioperi, occupazioni…
In passato ci sono stati molti episodi di questo genere, sia agli inizi del secolo che negli anni Trenta e Quaranta. Ma ogni volta gli Orangisti (la classe dirigente protestante, ndr) sono riusciti a sabotare queste alleanze. Enfatizzando le differenze tra cattolici e protestanti, discriminando, facendo sì che i proletari protestanti considerassero l’Ulster “roba loro” da difendere dagli attacchi dei “papisti”, gli Orangisti hanno mantenuto saldamente il potere. Ma ormai è tempo che anche la classe operaia protestante si chieda che cosa ha ottenuto in questi ultimi settant’anni di collaborazione con la propria borghesia. Hanno ottenuto case decrepite, invivibili, prima dei cattolici; hanno ottenuto lavori malpagati, prima dei cattolici. Direi che la classe operaia protestante ha fatto un pessimo affare. Dimenticavo: gli è anche stato concesso una volta all’anno, il 12 luglio, di sfilare per le strade di Belfast urlando quanto sono superiori ai cattolici, ma, francamente, non mi sembra molto.

Da questo punto di vista come giudichi il “cessate il fuoco” delle organizzazioni paramilitari protestanti (UDA, UVF…)? In un primo tempo sembrava che fossero disposti a scatenare la guerra civile, pur di non mettere in discussione lo Stato delle sei contee…
Lo spettro del “bagno di sangue” è stato più volte evocato dal Governo inglese come alibi per non fare nulla. Anche gran parte dell’opinione pubblica pensava che i protestanti sarebbero letteralmente impazziti e avrebbero scatenato la guerra civile. Ma c’è una grossa differenza tra ammazzare persone inermi nella loro casa o per strada (in genere le squadre della morte loyaliste scelgono i loro obiettivi tra la popolazione cattolica indiscriminatamente, indipendentemente dall’impegno o dalle simpatie politiche delle vittime, ndr) e entrare nella prospettiva di sconfiggere militarmente esercito e polizia nel corso di una guerra civile.

I gruppi paramilitari protestanti non hanno mai dato prova di esser in grado di ingaggiare una guerra vera e propria. Per questo non sono sufficientemente attrezzati, neanche a livello psicologico. Dovrebbero chiedere alla comunità protestante di sostenerli anche contro la Corona: una situazione insostenibile per gran parte degli unionisti, al limite della schizofrenia. Bisogna poi tener conto delle infinite prove di collusione dei gruppi paramilitari unionisti con la polizia. Si è sempre sospettato che queste bande fossero creature dei servizi segreti, usati come arma di terrorismo di stato. Ora il Governo inglese vuole la pace e non bisogna sorprendersi che anche gli unionisti si adeguino.

Intervista a cura di Gianni Sartori (1994)

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni.

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La prigione di Sands è Centro per la pace

Sarà costruito un Centro per la pace, sul vecchio sito del carcere di Maze, vicino Belfast. Proprio in questa prigione perse la vita Sands, durante lo sciopero della fame messo in atto nel 1981 dai militanti dell’IRA, rinchiusi tra queste mura.

E’ stato Alex Attwood, ministro della pianificazione ad autorizzare la costruzione del “Centro per la pace e per la risoluzione dei conflitti”. Forse un punto di arrivo in Irlanda del Nord, che potrebbe costituire un punto di partenza per le altre Nazioni, che si trovano ad affrontare situazioni simili, come in Spagna e così anche in Palestina.

Il progetto sarà finanziato con 18 milioni di sterline (21 milioni di Euro) dall’Unione europea e la sua realizzazione porta la firma dell’architetto americano Daniel Libeskind, autore tra l’altro del Museo Ebraico di Berlino.
 
Prigione di Maze
 
Gli ultimi prigionieri lasciarono Maze nel 2000 in vista degli accordi del venerdì Santo del 1998, dopo trent’anni di guerriglia e 3500 morti. Se per molti questo Centro, potrebbe diventare il tempio del terrorismo, visti i tempi maturi, a noi piace pensarlo come un’allodola che vola!

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni.

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Mickey Devine

Soprannominato Red Mickey, Mickey Devine era un tipico lad di Derry: capelli rossi ed animo di fervente repubblicano. Nacque nella località di Springtown, a circa mezzo miglio di distanza da Derry, in un prefabbricato che, prima che i Devine vi si trasferissero, era stato abitato da soldati americani in servizio nella provincia dell’Ulster durante la Seconda Guerra Mondiale.

Poi, nei primi anni ’60, Mickey Devine insieme con i genitori e la sua unica sorella si spostarono a Derry, nella neo costruita estate di Creggan, proprio a ridosso dell’enclave cattolica del Bogside; qui egli fece le scuole elementari alla Holy Child Primary e le medie alla Saint Joseph, dopo di che lasciò gli studi ed iniziò a lavorare in un negozio sito nella Diamond di Derry, la piazza principale del centro nordirlandese.

Erano gli anni in cui il Movimento per i Diritti Civili si stava sviluppando e Derry divenne ben presto centro di agitazioni e tafferugli. Mickey Devine, all’epoca 14enne, partecipava al fianco degli altri ragazzi del suo quartiere. Inoltre il giovane iniziò ad abbracciare ideali socialisti. Nel 1971 si iscrisse alla organizzazione trotskysta, lo Young Socialist Group, ala giovanile del Northern Ireland Labour Party.

 

Il combattente Mickey Devine

Nel frattempo, Mickey Devine aveva perso entrambi i genitori e sua sorella si era sposata; ma il Bloody Sunday era alle porte: il 30 gennaio 1972 un reggimento dei paracadutisti britannici aprì il fuoco contro i dimostranti del Civil Rights Movement, uccidendone 14.

Mickey Devine aveva partecipato a quella marcia e la sera stessa entrò nell’ala Official dell’IRA.

Nel 1973 si sposò con Margaret, ma questo si rivelò non essere un matrimonio felice.

Nel 1974 molti attivisti di Derry abbandonarono l’IRA Official in quanto stanchi del cessate il fuoco che durava ormai da due anni e delle scelte della leadership- Ai loro occhi, i ‘capi’ erano colpevoli di essersi troppo discostati dall’ideologia marxista. Anche Devine fece questa scelta e immediatamente dopo entrò a far parte dell’Irish National Liberation Army (INLA).

Il 26 settembre del 1976 Mickey, insieme con altri due militanti John Cassidy e Patsy O’Hara, al fine di procurare un po’ di armi al movimento, rapinarono un’armeria di Lifford, nella contea del Donegal. Il bottino fu di 17 fucili, varie scatole di munizioni e sette obiettivi telescopici.

Ma i paramilitari non ebbero neanche il tempo di tornare a Derry, che l’autovettura con cui erano scappati Cassidy e Mickey Devine era già stata segnalata alle forze di sicurezza britanniche: i due vennero immediatamente catturati ed interrogati nella Strand Road Barrack.

Il 20 luglio del 1977 vennero processati e Devine, condannato a 12 anni di carcere, fu rinchiuso nel blocco di sicurezza H-5 di Long Kesh. Anch’egli aderì alla blanket protest e nel 1981 fu eletto officer commanding dell’INLA a Maze quando O’Hara decise di intraprendere lo sciopero della fame.

Ma anche Mickey Devine il 22 giugno dello stesso anno rifiutò il cibo della caserma ed iniziò lo sciopero della fame; digiunò per 60 giorni, prima di morire nell’ospedale della prigione.

Era il 20 agosto e nelle stesse ore la popolazione delle contee di Fermanagh e South Tyrone eleggeva Owen Carron quale deputato in sostituzione del defunto Bobby Sands. Mickey Devine aveva appena 27 anni.

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni.

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Francis Hughes

Il più giovane di dieci figli, Francis Hughes nacque e crebbe in una piccola fattoria a poche miglia dal villaggio di Bellaghy, nella contea di Derry. Entrò nell’Esercito Repubblicano Irlandese molto giovane, partecipò da subito a varie operazioni ed in un breve lasso di tempo divenne membro delle unità attive dell’IRA, poi, immediatamente ricercato dalle British crown forces, si dette alla latitanza.

I racconti delle sue imprese e la sua dedizione alla causa repubblicana hanno portato Francis Hughes ad essere, dal punto di vista meramente militare ed operativo, il combattente per la libertà repubblicana più celebrato, non solo nelle sei contee del Nord, ma anche nel territorio della Repubblica.

Sono numerose le occasioni in cui Francis Hughes, ormai circondato dalle forze di sicurezza di Sua Maestà, a volte da solo, altre volte con altri volontari, sia riuscito a cavarsela ed a scappare. Venne ben presto considerato dall’establishment britannico come il nemico pubblico numero uno.

 

Il combattente Francis Hughes

Francis HughesLe circostanze della sua cattura mostrano ancora una volta la natura di combattente di Hughes: egli ed un altro membro dell’IRA stavano spostandosi dal loro nascondiglio in una delle cosiddette case sicure quando si scontrarono con un nucleo di soldati dell’esercito inglese. Iniziò una cruenta sparatoria nella quale Hughes uccise un soldato e ne ferì un secondo, riportando però anch’egli una ferita da arma da fuoco e venendo poche ore dopo arrestato.

Portato nell’ospedale di Musgrave Park, vi rimase, per essere curato, fino al giorno della sua imputazione: successivamente, nel giro di poche ore, venne condannato all’ergastolo. L’uomo di Bellaghy fu il secondo prigioniero repubblicano ad iniziare lo sciopero della fame nel 1981: morì dopo 59 giorni.

Di seguito è riportato uno stralcio delle poche righe che Francis Hughes scrisse poco dopo aver intrapreso lo sciopero della fame: “Per me non esiste cosa più grande, vanto maggiore, del poter dire: io sono Irlandese. Mi sento un privilegiato perché ho avuto l’onore di combattere nel nome del popolo irlandese e della patria Irlanda. Adesso che ho un dovere da adempiere, lo porterò a termine fino alla fine, con piena coscienza del fatto che ad un popolo nobile quale il nostro non spettano lacci e catene, bensì la libertà”.

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni.

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Raymond McCreesh

Lavoratore instancabile e ragazzo molto amato dalla sua comunità, Raymond McCreesh era il settimo di otto fratelli. Sebbene molto giovane, McCreesh non aveva dubbi sul fatto che il futuro per il popolo d’Irlanda fosse inestricabilmente legato all’unificazione di tutte e 32 le contee in una repubblica e proprio per tale motivo entrò nell’IRA, South Armagh Brigade, all’età di 17 anni.

Il 21 giugno del l976 venne catturato durante un’operazione con altri 2 volontari, Paddy Quinn e Danny McGuinness, proprio vicino a Camlough, contea del South Armagh, il villaggio dove era nato e dove abitava; venne condotto immediatamente nella caserma della Royal Ulster Constabulary (RUC) di Bessbrook insieme a Quinn e furono subito interrogati; la stessa sorte toccò il giorno seguente a McGuinness.

Al processo tutti e tre rifiutarono di riconoscere la corte che li stava giudicando: Raymond McCreesh venne condannato a 14 anni di reclusione da scontare nel carcere di Long Kesh.

Il combattente Raymond McCreesh

Nei Blocchi H, Raymond McCreesh rifiutò immediatamente l’uniforme carceraria e aderì alla blanket protest per il riconoscimento dello status di prigioniero politico. Egli fu così dedito alla causa della protesta che si rifiutò persino di indossare i pantaloni della divisa carceraria per assistere alla messa domenicale, inoltre per circa 4 anni non volle ricevere neanche una visita, fino al giorno in cui acconsentì a vedere i familiari per comunicare loro la decisione di iniziare lo sciopero della fame: erano i primi giorni del febbraio del 1981.

Di seguito il comunicato con cui Raymond McCreesh aderisce all’hunger strike: “Blocco H-5, notte di venerdì 30 gennaio. Fratelli, in risposta al messaggio dell’AC (Army Council, ndr) del 25 gennaio riguardante la mia eventuale posizione rispetto allo sciopero della fame. La mia risposta è si. Sono pronto”.

Raymond McCreesh cessò di vivere dopo ben 61 giorni di digiuno nell’ospedale della prigione: è il terzo hunger striker nell’arco di 2 settimane ad essersi sacrificato per la causa repubblicana. Venne sepolto con tutti gli onori militari.

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni.

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Patsy O’Hara

Patsy O’Hara nacque a Bishop Street nella città di Derry da una famiglia con un solido background repubblicano. Il nonno fu ferito combattendo per il Regno Unito a Ypres nella Prima Guerra Mondiale, ma al suo rientro in Irlanda entrò nell’IRA: usava trasportare carichi di armi e munizioni attraverso il Foyle, il fiume che bagna Derry.

Il fratello maggiore di Patsy O’Hara, Sean, fu internato nelle cages di Long Kesh nel 1971 e vi rimase per 2 anni, mentre Tony, l’altro fratello, venne arrestato nel 1976 e, condannato a 5 anni di reclusione per rapina, scontò la sua pena on the blanket protest.

Patsy O’Hara era il più giovane ed entrò nel Na Fianna Eireann, l’ala giovanile dell’IRA, nel 1970.

 

Il combattente Patsy O’Hara

Proprio nei giorni successivi al Bloody Sunday, Patsy O’Hara fu colpito ad una gamba da un proiettile sparato dai soldati britannici per sedare i tafferugli scoppiati nel Bogside: gli attacchi dell’esercito inglese ai manifestanti delle marce per i diritti civili ed i morti del sabato di sangue ebbero una forte influenza sul giovane O’Hara così come su altri moltissimi adolescenti che a quel tempo si arruolarono in massa nell’IRA.

Nell’ottobre del 1974 Patsy O’Hara venne internato per circa sei mesi ed immediatamente dopo il suo rilascio, data la sua forte componente di ideologia socialista, aderì dapprima all’emergente Irish Republican Socialist Party (IRSP) per poi entrare nel suo braccio armato, l’Irish National Liberation Army (INLA).

Nel giugno del 1975 fu arrestato a Derry e sottoposto alla misura della custodia cautelare per 6 mesi; l’anno successivo, a settembre, nuovamente incarcerato per altri 4 mesi.

In seguito al suo ultimo rilascio, Patsy O’Hara si trasferì a Dublino dove venne eletto nell’Ard Comhairle, il comitato esecutivo dell’IRSP; ritornò a Derry solo nel gennaio del1979 e riprese l’attivismo paramilitare nelle file dell’INLA, col soprannome di scatter.

Il 14 maggio 1979 fu arrestato con l’imputazione di possesso di granate e circa 7 mesi dopo fu condannato a 8 anni di reclusione; detenuto nel Blocco H-5, seguì il fratello aderendo anch’egli alla blanket protest e divenne ben presto officer commanding dell’INLA a Long Kesh.

Patsy O’Hara iniziò lo sciopero della fame il 22 marzo 1981 ed alle 23:29 del 21 maggio seguente morì, dopo 61 giorni di digiuno: aveva solo 23 anni.

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni.

 

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Joe McDonnell

Joe McDonnell nacque a Slate Street, nell’enclave repubblicana di Lower Falls a West Belfast, era il quinto dei nove figli di Robert McDonnell, lavoratore edile. Alla giovane età di 19 anni si sposò con Goretti, una giovane ragazza cattolica della zona di Andersonstown, e dal Lower Falls si trasferì nell’estate di Lenadoon: la coppia ebbe ben presto due figli, Joe e Bernadette.

Quella di McDonnell era una figura conosciuta ma soprattutto molto stimata da tutti i volontari repubblicani. Egli venne arrestato nel 1972 ed incarcerato dapprima nella famigerata Maidstone, la nave-prigione ancorata a largo della baia di Belfast. Successivamente il prigioniero fu trasferito a Long Kesh. Rilasciato, Joe McDonnell entrò immediatamente nella cellula dell’IRA di Andytown. Pochi mesi dopo venne ancora internato. Casa McDonnell divenne ormai consueto luogo di visita per i soldati del British Army.

Anche dopo l’ultimo rilascio, Joe continuò a militare nell’esercito Repubblicano Irlandese e fu perseguitato dalle continue incursioni dei soldati. Raids, percosse e brevi arresti erano diventati ormai ordinaria routine. Venne arrestato insieme a Bobby Sands nell’ottobre del 1976 in seguito ad un attacco dinamitardo contro la Balmoral Furnishing Company nei pressi dell’area di Twinbrook, a Belfast.

 

Il combattente Joe McDonnell

E, proprio come Sands, Joe McDonnell non riconobbe l’autorità della corte che lo stava giudicando. Fu condannato, proprio con Sands e altri due volontari, a 14 anni a causa della pistola che fu trovata nella loro autovettura al momento della cattura. In totale furono inflitti 56 anni di reclusione in seguito al ritrovamento di un’unica pistola.

Sin dai primi giorni di prigionia Joe rifiutò di ricevere visite poiché questo lo avrebbe costretto ad indossare la divisa carceraria, cosa che avrebbe significato accettare la condizione di delinquente comune: la lotta all’interno delle carceri nordirlandesi per il riconoscimento dello status di prigioniero politico era appena iniziata.

Comunque Joe McDonnell, nonostante la decisione di non volere visite, riuscì a mantenere i contatti con Goretti e la famiglia tramite i comms: ossia piccoli messaggi che di nascosto venivano fatti uscire ed entrare nelle mura del Kesh.

In occasione della campagna di hunger strike del 1980, Joe, ormai un veterano dell’IRA negli

H-Blocks , si rifiutò di partecipare allo sciopero della fame, avendo logicamente a cuore le sorti della sua famiglia. Ma un senso di profondo sconforto dato dalla ostinata intransigenza dell’establishment britannico a riconoscere ai detenuti repubblicani lo status di prigionieri politici. Joe McDonnell si offrì volontario per il nuovo sciopero della fame con la voglia di combattere la linea di criminalizzazione dell’intero movimento repubblicano, messa in atto dal governo Tory di Maggie Thatcher.

Sabato 9 maggio 1981 iniziò a rifiutare il cibo. Nel mese di giugno fu presentato come candidato della lista H-Blocks alle elezioni della Repubblica d’Irlanda, per il distretto di Sligo e Leitrim, e non venne eletto solamente per una manciata di voti.

Alle 5:15 di notte dell’8 luglio e dopo 61 giorni di sciopero della fame, il volontario McDonnell morì. Il corteo funebre nel tragitto da Lenadoon, ossia dalla casa di McDonnell, al cimitero venne attaccato dalle land rover dell’esercito inglese. Ne nacque una sparatoria nella quale venne ferito Patrick Adams, il più giovane fratello dell’attuale presidente del Sinn Fèin.

Joe McDonnell venne sepolto con tutti gli onori militari, nonostante questo ennesimo episodio di dirty war messo in atto dalla British Crown Forces. A lui spettò un posto al fianco di Bobby Sands nel Republican Plot: l’ala dell’IRA all’interno del cimitero di Milltown, a West Belfast.

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni.

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Martin Hurson

Una piccola casa di campagna ad un paio di miglia da Galbally e dieci acri di terra dove si coltivavano patate e vi pascolavano un paio di mucche: è qui che nacque e crebbe Martin Hurson insieme con i suoi otto fratelli. Martin andava alla Saint Patrick School di Galbally, ma quando aveva da poco compiuto 13 anni, in seguito alla improvvisa perdita della madre Mary Ann, abbandonò gli studi ed iniziò a lavorare prima vicino casa, poi si trasferì a Londra da dove fece ritorno solamente nel 1973.

Dopo il suo rientro a Dungannon, come la maggioranza dei giovani cattolici del tempo, iniziò a subire immotivate e continue minacce ed intimidazioni da parte degli agenti delle British Crown Forces, finchè un giorno, a Pomeroy, dove viveva Bernadette, la sua ragazza, non venne addirittura percosso in maniera brutale. Da tale episodio all’ingresso nei ranghi dell’IRA il passo è stato decisamente breve.

Bisogna comunque dire che Martin Hursonha sempre mantenuto una certa discrezione sulla sua militanza nell’Esercito Repubblicano Irlandese: addirittura i suoi familiari non erano al corrente del suo attivismo: ciò però non significa che Hurson non fosse stato sempre pronto a compiere le azioni militari ordinategli.

Il combattente Martin Hurson

Nel 1976, Martin Hurson è arrestato con l’accusa di cospirazione ed appartenenza all’IRA, venne condotto nella RUC station di Omagh dove in seguito ad un selvaggio interrogatorio gli fu estorta una sorta di confessione in virtù della quale fu condannato a 20 anni di reclusione. Detenuto nel Kesh, aderì subito alla blanket protest; poi, nel dicembre del 1980, partecipò allo sciopero della fame, che durò quasi fino al Natale.

Il 29 maggio dell’anno successivo andò nuovamente in hunger strike, prendendo parte alla nuova campagna. Lo scopo era ottenere il riconoscimento dello status di prigioniero politico e delle five demands.

Con il passare dei giorni le condizioni fisiche diventavano sempre più critiche; così i familiari, supportati da varie associazioni, cominciarono a fare pressioni affinché Martin ponesse fine al suo digiuno. Varie manifestazioni di supporto al giovane Martin Hurson e alla sua famiglia vennero organizzate in tutta l’Irlanda. Ma il suo proposito di andare fino in fondo restò immutabile.

Morì nella notte di lunedì 13 luglio 1981 a Long Kesh, con Padre Murphy e il fratello Brendan ai suoi fianchi, mentre il padre e Bernadette si trovavano fuori dai gates del carcere in quanto le autorità non permisero loro l’ingresso nel penitenziario. Violentissimi tumulti scoppiarono a Belfast, nella zona dei Divis Flats, in seguito alla notizia della morte del sesto hunger striker.

La salma di Martin Hurson fu sepolta nel cimitero di Galbally.

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni. Scopri Nel nome del padre.

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Kevin Lynch

Paddy e Bridie Lynch, entrambi originari di Park, villaggio ad 8 miglia da Dungiven, contea di Derry, avevano 8 figli; il più piccolo, Kevin, era un grandissimo appassionato di calcio gaelico e hurling. Col passare degli anni Kevin Lynch divenne un eccellente giocatore di hurling, sport tradizionale irlandese giocato con delle mazze di legno molto simili all’hockey.

Nel 1971, Kevin Lynch entrò nella squadra del Dungiven e vinse il Fèile na nGael nella cittadina di Thurles. Salì presto alla ribalta della cronaca in quanto, operato 10 giorni prima del torneo di appendicite, fu in grado di giocare ad altissimo livello 4 intere partite in 2 giorni.

Altro risultato di spicco nella carriera sportiva di Kevin Lynch fu l’aver capitanato la squadra di hurling under 16 di Derry nella vittoriosa All Ireland final del 1972 che si tenne, come da tradizione, nel leggendario stadio di Croke Park a Dublino.

Il combattente Kevin Lynch

Nel 1974 Kevin Lynch si trasferì a Londra per circa due anni. Al suo ritorno, nell’agosto del 1976, dopo aver assistito ad un pestaggio di due suoi amici da parte di alcuni soldati britannici, decise di entrare nell’INLA.

Avendo partecipato a varie operazioni militari, venne arrestato in seguito ad un’imboscata contro un convoglio della RUC, nei pressi di Dungiven. In quella circostanza un agente di polizia restò gravemente ferito. Insieme a lui, vennero rinchiusi anche altri paramilitari. Fra questi Liam McCloskey, un vecchio compagno di scuola con cui Kevin si troverà a breve a dividere la cella nel bloccoH-3 del Kesh.

Kevin Lynch venne condotto nel centro di interrogatorio di Castlereagh; accusato di cospirazione e possesso illegale di armi, fu quindi sottoposto alla misura cautelare della custodia in carcere scontata nella prigione di Crumlin Road fino al giorno del processo. In seguito al quale venne condannato a 10 anni di reclusione: siamo nel dicembre del 1977.

Una volta nel carcere di Maze, anche Kevin abbracciò la blanket protest fino al giorno in cui accettò di prendere parte allo sciopero della fame del 1981.

Durante il suo digiuno, partecipò come candidato alle elezioni della costituency di Waterford, nell’EIRE. Confeziò ben 3337 preferenze: il legame all’epoca instauratosi fra le comunità di Dungiven e Waterford è, tra l’altro, rimasto tuttora molto forte, in nome e nel ricordo di Kevin Lynch.

Nel frattempo, col passare dei giorni, le condizioni di salute di Kevin peggioravano: la triste notizia della sua morte arrivò all’una di notte dell’1 agosto, dopo 71 giorni di sciopero della fame. Venne sepolto con tutti gli onori militari nel cimitero di Saint Patrick a Dungiven.

 

Hunger strikers

I partecipanti all’Hunger Strike: Bobby Sands, Francis Hughes, che morì dopo 59 giorni di digiuno; Patsy O’Hara, 61 giorni; Raymond McCreesh, 61 giorni; Joe McDonnell, 61 giorni; Martin Hurson, 46 gorni; Kevin Lynch, 71 giorni; Kieran Doherty, dopo 73 giorni; Tom McElwee, 62 giorni e Mickey Devine, 60 giorni. Conosci il Bloody Sunday?

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